IL DIO BAMBINO

di Alessandro Meluzzi
E’ da poco passata l’Epifania, che nelle Chiese d’oriente viene chiamata Santa Epifania, considerata una tra le festività più importanti dell’anno liturgico orientale. Ed è altrettanto valorizzata anche nella nostra tradizione, dove è diventata un po’ la festa dei bambini a conclusione del Natale. È invece un momento dell’anno liturgico che richiama al mistero di ciò che il grande autore Raimon Panikkar, che ha messo a confronto la tradizione cristiana con altri pensieri, chiama mistero cosmo-teandrico di Cristo. Che cosa significa mistero cosmo-teandrico? In Cristo, vero Dio e vero uomo, si ricapitola l’incontro tra l’uomo e Dio, che si fa uomo affinché l’uomo possa riscoprire la sua vera natura che è divina, che si fa piccolo calandosi nel mistero dell’umano e della materia.

C’è nell’atto kenotico di Dio che si incarna una dimensione discensiva che coinvolge non soltanto il mistero dell’umano ma l’interno cosmo, che è esso stesso una precipitazione del divino nella materia. Senza finire in considerazioni gnostiche, anche se i Padri della Chiesa greca come Clemente di Alessandria e Origene hanno molto riflettuto sull’argomento, ma il mistero dell’epifania non è soltanto il mistero di un dio bambino re dell’Universo, che è la piena ricapitolazione dell’intera storia cosmica e umana nell’attimo stesso della sua nascita prima ancora che la sua storia umana si dipani e che inizi il mistero della sua presenza storica nel mondo, prima del battesimo al Giordano, della predicazione, dell’instaurazione dell’Eucarestia, della Crocifissione e della Resurrezione. Già nell’attimo del nascere è l’intera ricapitolazione di tutta la storia della Salvezza.

Ad Adamo, il primo degli uomini, è stato dato il dono di dare un nome a tutte le cose e dare un nome alle cose è un complemento essenziale dell’atto della Creazione. Pensare che un dio bambino riceva in dono quelle componenti materiche in cui si ricapitola il mistero della sua regalità vuol dire gettare una luce divina non soltanto sull’umano ma sull’intero mistero della materia, che è qualcosa che vive nell’atto stesso del suo essere percepito. È ciò che in fisica quantistica si chiamerebbe la precipitazione della funzione donna: le cose esistono, la realtà esiste fuori di noi, che non sono solo proiezioni delle nostre idee ma la materia diventa realtà nell’atto stesso della sua conoscenza. Ecco perché oggi parliamo di scienza e coscienza: la scienza quanto perde la coscienza non è scienza perché la scienza, che è per noi l’ultimo degli idoli in grado di ricapitolare il mondo, ci dà soltanto un racconto transeunte della realtà. Perciò dobbiamo avere la possibilità di pensare a una luce senza ombra come un’icona che contenga verità metastoriche che sono già contenute nel mistero della coscienza. Cristo, nuovo Adamo, ridà un nome a tutte le cose e getta sulle cose un mistero divino che è la vera dimensione cosmo-teandrica, cioè dell’intera rivelazione del cosmo in un dio che si fa piccolo fino a essere un bambino.

Farsi bambini non vuol dire solo farsi umili ma significa anche ripercorrere quel mistero della ricostruzione del sé e della percezione, che fa del bambino forse l’unico tra gli scienziati: qualcuno che nell’atto stesso di concepire la materia che lo circonda e nell’atto di ricevere da i suoi neuroni a specchio gli stimoli che vengono dal mondo, ricostruendo interamente il mondo in ogni sé. Quando un uomo muore, muore un intero universo e quando un uomo nasce, nasce insieme a lui un nuovo cosmo. Questa dimensione è resa inconcepibile nella nostra realtà perché siamo in grado soltanto di concepire la precipitazione del cosmo in un singolo attimo, ma se potessimo trovare questa dimensione fuori dalle determinazioni kantiane del tempo e dello spazio l’Universo ci apparirebbe come in realtà è, cioè Infinito. Soltanto il sé può porre rimedio a questa dimensione che ci dà le vertigini e può ricongiungersi all’Eternità soltanto attraverso una persona che è un individuo storico, una concreta Incarnazione: Gesù Cristo.
 

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