Per una letteratura "altra"

 
alain_santacreudi Claudio Coen Belinfanti

da www.testatadangolo.it

Per approfondire ancora il tema della parola e del linguaggio ed avviare una riflessione più ampia sull’arte e sulla necessità di una sua ricostruzione o meglio resurrezione, su gentile concessione del “Corriere metapolitico”, pubblichiamo, volentieri, ampi stralci della traduzione italiana di Letizia Fabro del “Manifesto controletterario” di Alain Santacreu. In questo interessante testo, di un autore contemporaneo francese, troviamo alcuni importanti elementi che definiremmo anagogici, utili alla ricerca di un percorso teso alla rinascita dell’arte.
Dalla “perdita del centro” e dalla “morte della luce”, ci dibattiamo, da più di due secoli, in un’ arte che, in quasi tutte le sue espressioni, oscilla tra un iper-realismo positivista, ridotto a puro letteralismo, ed un astrattismo idealistico, psicoanaliticamente, volti a sezionare e sfigurare l’immagine stessa dell’uomo e del creato. Entrambi costituiscono ormai una gabbia di schemi solo apparentemente trasgressivi, ma in realtà vincolanti ad un “politicamente corretto dell’arte”. Un relativismo ed un nichilismo,ripetitivi e autoreferenziali, che non riescono più ne’ a stupire, ne’ tantomeno a trovare nuove strade percorribili. Alain Santacreu individua, per lo scrittore, una “porta stretta”, valida secondo noi, anche per ogni altra espressione artistica.
Il termine “contro” non sta qui a significare una avversione o la proposizione di una ennesima avanguardia post moderna, bensì quell’elemento incommensurabile che si può cogliere e accogliere, come un riverbero nello specchio dell’anima dell’artista, solo guardando le cose dall’alto e in contro luce, in quello spazio simbolico non misurabile dove l’Altro si svela e si vela. Se questa porta stretta è un passaggio possibile per la lettera e la parola scritta, lo è a maggior ragione per il teatro, per la musica, la danza e per tutte le arti figurative. L’alternativa, al non senso contemporaneo, non può ridursi all’ accontentarsi di un tradizionalismo, museale ed archeologico, elitario e privo di vita, nel quale, di tanto in tanto, tentare di evadere. Se il linguaggio odierno corrompe e si decompone, la soluzione non consiste nel tornare a parlare lingue morte e sepolte, nel creare a tavolino improbabili esperanti multiculturali o ancor peggio sperare messianicamente nelle nuove tecnologie comunicative, bensì nell’ascoltare, nel fare silenzio e dare spazio alla fonte originaria di ogni linguaggio: quel Verbo primigenio e creatore che può far rifiorire il legno secco.

da “ Il Manifesto controletterario” di Alain Santacreu:
“La Controletteratura fu sempre risolutamente moderna – nel senso rimbaudiano del termine-, vale a dire in anticipo non solo sul suo tempo, ma sul tempo stesso. […] Essa è una resistenza al pensiero lineare, una certa idea di scrittura. Per la controletteratura, il romanzo è una sfera. Partire, lanciarsi all’avventura, rendere vive le parole; essere, rimembrare qualcosa non ancora avvenuta; scrivere, ricordare ciò che deve necessariamente sopraggiungere – in quanto la scrittura è conversione, capovolgimento, rovesciamento: trasmutazione della linearità in sfericità.
Quel desiderio di scrivere anteriore al desiderio 
Questa scrittura trasfiguratrice è opera dell’uomo su se stesso intanto ch’egli supera il suo stato presente, lo intaglia – ch’egli entra in veggenza iniziandosi alle sublimi piaghe di un eterno ricominciamento. La controletteratura proviene da quel desiderio di scrivere che anticipa il desiderio. E’ una gnosi lirica, altro dire non posso – poiché non si deve dire tutto. Ogni lingua possiede il profumo particolare di quella nostalgia nella quale si origina la scrittura – Hӧldering, in tedesco così puro che ne diviene per sempre irrespirabile; e l’aroma così provenzale dell’italiano di Dante, l’inglese focoso di William Butler Yeats. Tutte queste parole, che provengono dall’effusione nostalgica dell’animo, sono gl’invisibili ancoraggi delle scritture controletterarie, le cui orifiamme non si lasciano leggere che in certo stato di quiete della mente. Perché la controletteratura è la reazione del linguaggio contro l’entropia letteraria, una resistenza intima delle parole per preservare la lingua, impedire che trasgredisca i confini nihilisti al di là dei quali il ricordo dell’essere si smarrisce.
L’unico sentiero amoroso 
Scrivere è limare le parole. […].La reazione controletteraria s’avanza per sentieri traversi, obliquità ultime del ritorno alla vita – ritorni sconsolati, sviamenti ultimi, iniziatici, verso l’unico sentiero amoroso, deliziosamente imporporato, del vivente semiologico. Perché la controletteratura annunzia […] l’irruzione dell’eternità nella storia, il tempo della “iero-storia”, - secondo lo straordinario neologismo di Henry Corbin.[…]
Tra il dio nascosto del mondo e il mondo dell’uomo
Scrivere è fantasticare, ma non è sognare – perché nel fantasticare lo spirito è presente, e il fantasticare è lo stile del sogno. Si tratta di fare in modo che la parola si commuova della sua propria immagine interiore: così concepita, la scrittura si avvicina alla preghiera. La funzione delle parole è femminile, ambivalente – le parole sono simboli; e la catena dei significanti può alienare l’uomo o liberarlo. Esiste una logica fantomatica della lingua capace di riflettersi ora nelle tenebre automatiche dell’incoscienza, ora nella luce spirituale della sovracoscienza. Le parole posseggono una loro propria dinamica che si dispiega e si sviluppa in virtù dell’energia ad esse inerente. Di fronte a questa trascendenza della lingua, l’eroismo della scrittura consiste nello scoprire il luogo stesso dell’apprensione della lingua – luogo unico e verginale dove si lascia catturare il liocorno leggendario .Perché tra l’intellegibile e il sensibile, vale a dire tra il dio nascosto del mondo e il mondo dell’uomo, risiede la realtà utopica della scrittura, la dimensione sacra dell’inter-detto, la corporeità dello spirito che è la dimora della presenza divina nel nostro mondo: la “Sophia” della gnosi cristiana, la “Shekhina” dei cabalisti ebraici, la “Fitra” dell’Islam interiore. Questo luogo della meditazione, ai margini del silenzio, è quello delle rivelazioni e delle trasfigurazioni, lo spazio vuoto in cui avviene la scrittura eternamente femminea il cui atto archetipico è la rimembranza del corpo di Osiride da parte di Iside. Qui lo scrittore vede attraverso lo sguardo dell’anima del mondo. Nella letteratura, il centro della persona dello scrittore è rilegato nell’incoscienza. Al contrario, dalla controletteratura lo scrittore viene proiettato in una sovracoscienza scritturale, traduttrice dell’invisibile nel visibile. Questa medianità controletteraria è una mistica dell’uomo vero. Lo stile è l’impensato della letteratura. E’ una capacità spirituale donata allo scrittore: il carisma della propria solitudine .Ma allora, quale solitudine per il lettore e quale stile di lettura? E questo semplice quesito: come potrebbero due solitudini incontrarsi, amarsi? La letteratura ha annientato se stessa nella negazione dello stile, mentre la controletteratura rimaneva sempre nell’interstizio delle solitudini, in quel luogo d’amore ove s’eterna il desiderio degli amanti – perché l’intimità non può nascere che nella distanza. Il principio della controletteratura desiderante non è il piacere: lo stile è per lei un fine in sé, la porta del regno. La certezza dello stile rende vane le esitazioni romantiche tra prosa e poesia che infiorano il discorso della critica letteraria.
Il campo di trasformazione infinita
Lo stile, l’atto controletterario stesso, è il solo trasformatore del testo considerato come il campo di trasformazione infinita di una frase unica. La modernità si è edificata sul rifiuto di pensare ciò che la eccede. La funzione della letteratura sarà stata quella di annullare ogni via amorosa della lingua, inafferrabile e insensata ai suoi occhi. Eppure, è ad una lettura anagrammatica che chiama il testo controletterario; lettura inaudita, che provoca l’insorgenza del Nome nuovo. Solo un lettore zelante saprà leggere la scrittura eretica, eccezionale, questa lingua solitaria, sgorgata dal cuore del Verbo, questo contro-canto trovadorico. Tanto quanto insurrezionale, la controletteratura sarà quindi resurrezionale, facendo opera di vita di ciò che, per la letteratura, altro non è che lettera morta. Ciò che non rientra in campo letterario, l’alterità controletteraria, giammai sarà la lingua del padrone e dello schiavo. Essa è scrittura della risurrezione della parte respinta, alienata e quasi abolita del nostro essere: un’ultima eleganza d’essere, una certa bellezza dopotutto.”

Traduzione dal francese di Letizia Fabbro (Alain Santacreu, Le Manifeste contrelittéraire, 1999 )

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